martedì 26 marzo 2013

Il realismo anti-populista di Machiavelli


Remo Bodei

"Il Sole 24 Ore - Domenicale", 24 marzo 2013

Nei Discorsi Machiavelli descrive una situazione che ricorda, per analogia, quella che stiamo vivendo in Italia. A Firenze - scrive - dopo la cacciata dei Medici, venuto meno un governo ordinato e peggiorando di giorno in giorno le condizioni della città, i "popolari" ne attribuivano la colpa alle ambizioni e alla corruzione dei "signori". Non appena, tuttavia, uno di loro giungeva a occupare un'alta magistratura e cominciava a procurarsi gradualmente idee più adeguate sulla realtà, finiva per abbandonare i pregiudizi e le astrazioni con cui si era affacciato alla vita pubblica. Agli occhi dei popolari, tale mutamento lo rendeva però un traditore: «E come egli era salito in quel luogo e che ei vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde nascevano ed i pericoli che soprastavano e la difficultà del rimediarvi. E veduto come i tempi e non gli uomini causavano il disordine, diventava subito d'un altro animo e d'un altra fatta: perché la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto. Dimodoché quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevono che nascessi, non per più vera cognizione delle cose, ma perché fusse stato aggirato e corrotto dai grandi» (1,47). Chi, eletto nel partito più giovane di questa legislatura, si è comportato nel Senato come il nostro "popolare" fiorentino e, appellandosi alla libertà di coscienza, è andato contro le direttive della maggioranza del suo movimento, ha rischiato e forse rischierà ancora di passare per traditore. È intuibile la preoccupazione di impedire che i gruppi parlamentari si sfaldino e di consolidare la disciplina, specie all'esordio. Eppure, una volta che i singoli siano entrati nelle istituzioni e abbiano trascorso un certo periodo in una sorta di camera di decompressione per abituarsi al nuovo clima politico, diventa alla lunga controproducente, specie nelle emergenze, negare loro la capacità di decidere sulla base di una «più vera cognizione delle cose». Quanti fanno attivamente politica non possono appoggiarsi sull'esclusiva e indiscutibile autorità di un "capobastone". Se è disposto a ragionare con lungimiranza, anche chi li guida dovrà alla fine riconoscere i vantaggi della relativa autonomia degli eletti, perché, come osserva Max Weber, oltre a seguire «un minimo di interesse personale», gli uomini ubbidiscono sulla base della «fede nel "prestigio" di colui o di coloro che detengono il potere». E, dunque, solo finché dura il prestigio di chi comanda e non è scalfita la fede di chi ubbidisce.
Machiavelli sarebbe stato d'accordo su questa diagnosi weberiana. Il suo "realismo" non è sinonimo di spregiudicato uso della violenza e dell'astuzia a vantaggio unicamente di chi comanda. Questa è un'interpretazione riduttiva che riesce, fra l'altro, dal giudicare il Principe un libro di politica, mentre si tratta - in maniera per noi paradossale - di un'opera che s'inserisce in un genere letterario diffuso e che contiene precetti indirizzati a un privato per conquistare, espandere o recuperare il potere. Sebbene conosca benissimo i modi crudeli e scaltri con cui spesso il potere si esercita, la politica è ancora da Machiavelli classicamente intesa quale arte di governare secondo ragione e giustizia o di contemperare, come nei Discorsi, conflitto e ordine. Solo con il Guicciardini del dialogo Del reggimento di Firenze si procede, in nome della «ragione degli Stati», a trasformarla in una tecnica simile a quella esposta nel Principe. Per Machiavelli ciò che chiamiamo realismo, consiste soprattutto nella conoscenza delle «cose particulari» (la «verità effettuale della cosa»), ossia nel non basarsi né su idee generiche e preconcette, né su aspettative inconsistenti, né su singoli eventi che perdono di vista la complessità dei processi in corso. Lo aveva già compreso Spinoza, definendo Machiavelli acutissimus vir e ponendo -su un altro piano - la conoscenza delle res singula-res come la più alta di tutte. L'invito ad attenersi alla «verità effettuale della cosa» assume un senso più perspicuo se scomponiamo l'espressione nei suoi elementi costitutivi. Intanto, la parola "cosa", non va confusa con l'"oggetto". Nell'italiano di Machiavelli conserva ancora il sapore del latino causa, di cui deriva per contrazione, ossia di ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa (come mostra l'espressione "combattere per la causa"). Seguire le «verità effettuale della cosa», piuttosto che «andar drieto all'immaginazione di essa», vuol dire capire la direzione dei vettori di forza in atto e inserirvisi, nei limiti del possibile, per orientarli, depurandoli dai nostri desideri, ma mantenendo in tensione virtù e fortuna, ragione e passione, pensiero e azione. La «verità effettuale» non è, poi, un dato immobile, un semplice fotogramma isolato di una serie, bensì un flusso di energie storiche in atto. Va capita così anche la famigerata, ma fraintesa proposizione hegeliana della Filosofia del diritto: «ciò che è razionale (vernùnftig) è reale (wirklich) e ciò che è reale è razionale». La ragione non implica affatto un'accettazione passiva della realtà empirica (Realitàt), bensì la presa di coscienza della Wirklichkeit, di qualcosa che wirkt, agisce, producendo effetti nel tempo e nel mondo, almeno finché non perde la sua energia. Ad esempio, la famiglia, lo Stato, l'esercito o la religione sono Wirklichkeiten, istituzioni nate migliaia di anni fa, ma che, pur modificandosi, continuano a esistere, producendo i loro effetti. Peraltro, sia Machiavelli che Hegel (ammiratore del Segretario fiorentino) riprendono, approfondendola, la tematica aristotelica dell'effettualità (energheia, opposta alla dynamis, alla semplice potenzialità), vale a dire di quanto continua ad agire e rinnovarsi senza esaurirsi perché esiste solo in forma, non congelata, di processo in atto. Anche il realismo presuppone, di conseguenza, un progetto che si innesti nella realtà effettuale, non concepita come qualcosa di istantaneo e immodificabile: «Essere realisti, che utopia!», affermava provocatoriamente il grande storico Bernard Groethuysen. Tornando al nostro presente, oggi il termine "populismo" viene spesso evocato non solo per designare il movimento politico di cui si è detto, ma anche fenomeni diversissimi. Di norma, è associato all'idea di una degenerazione della democrazia e visto come uno spettro o, al contrario, come una calamita che attrae tutti gli scontenti e gli indignati. Ma è sufficiente demonizzarlo, esaltarlo o banalizzarlo? Non sarebbe meglio esaminarlo più a fondo, tenendo conto della linea di faglia che si è aperta tra il "popolo" e le élite, della crisi della rappresentanza tradizionale e della connessa, tormentata transizione da una democrazia dei partiti a una democrazia del pubblico? Anche questa analisi sarebbe realismo.

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